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Nostalgie

Lo Steinway dell’orchestra Verdi è un magnifico strumento, sul quale hanno già poggiato le dita artisti di fama. Ha fatto la sua porca figura anche ieri sera, sotto le dita meno celebrate dell’ottimo Benedetto Lupo. Che poi l’accordatore possa fare di meglio e di più, è un fatto.

Non e’ dello Steinway che vorrei parlare, però, ma dell’orchestra. Che è l’Orchestra Verdi di Milano, creatura da me e da tanti amatissima, per via della sua genesi e della sua infanzia di stenti. Infanzia prodigio, tuttavia. Ieri era impegnata, a parte Liszt, in un repertorio di forti colori orchestrali, ossia il Don Juan e la suite dal Cavaliere della Rosa, ambedue di R.Strauss, come ognun sa.
Allora: un’orchestra è fatta di sezioni. Gli archi si vogliono “compatti”, dicono i critici musicali, e di bel suono. I fiati hanno bisogno di capacità solistiche. Gli ottoni e le percussioni… hanno bisogno di orchestrali tedeschi.  
Tutto questo manca alla Verdi, e te ne accorgi meglio quando arrivano pezzi come quelli di Strauss. Tutto normale? La solita orchestra italiana? Non direi, visti i miracoli, gli autentici miracoli che aveva fatto Riccardo Chailly nel periodo in cui era direttore musicale. Ne derivo che, piuttosto che buttare la croce addosso allo scialbo direttore americano di ieri sera, si debba provare nostalgia per Chailly.

Pubblicato il 19/3/2011 alle 8.40 nella rubrica Diario.

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