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Desiderius
When I makes tea I makes tea, as old mother Grogan said. And when I makes water I makes water.
 
 
 
 
           
       

 

 

They fetch'd a web o' the silken claith,
Another o' the twine,
And they wapp'd them round that guide ship's side,
But still the sea came in.

Mio Dio, per chi stiamo suonando? Per le tre persone che sono qui. E per noi.

Carne, non note.
(Carlos Kleiber, provando Der Freischutz)

"Under the prevailing cultural ethos, phoniness is the new integrity." (Louis Bayard, the Washington Post)
 

“Our movies may have looked like home movies, but then our home wasn’t like anybody else’s.” 
(Andy Warhol)

"Is what you should think more important than what you think?"
(da Pat Condell)


“Supposing you got a crate of oranges that you opened, and you found all the top layer of oranges bad, you would not argue, ‘The underneath ones must be good, so as to redress the balance’; You would say, ‘Probably the whole lot is a bad consignment’.” (B.R.)

“En toda tribu no hay nada tan alarmante como las violaciones del código lingüístico”. (M.V. Montalban)"

"Ah! ah! monsieur l’abbé, vous faites le plaisant!" V.

"Tutti i forni vivono di vita propria, voi conoscete il vostro come io conosco il mio." Casalinga veneta

Mientras usted hace eso yo ya le he pegado media docena de naturales”. Manolete


Da tempo mi faccio vedere su altri blog con lo pseudonimo Erasmo. Questo blog, tuttavia, si chiama Desiderius perchè il nome Erasmo era già stato preso, e così pure Erasmus.  Il nick non è nato con particolari pretese, ma semplicemente perchè, per commentare un post di un altro blog, mi venne il destro di citare un brano da L'elogio della Follia. Da allora me lo sono tenuto, principalmente perchè incontro un sacco di anticlericali beceri, e vorrei distinguermi da loro, senza rinunciare a essere un mangiapreti. Mi pare che Erasmo fosse un anticlericale intelligente, tanto è vero che salvò la pelle.
Questo blog sarà però solo incidentalmente dedicato al rapporto fra società e Chiesa. Preferisco parlare di politica, di attualità e di musica. Scrivo qui per sistematizzare le mie idee, e non ho particolare desiderio di avere un pubblico, benchè ciò non mi dispiaccia.
Faccio orgogliosamente parte della redazione di Topgonzo, il blog dedicato ai fessi. In un'ottica di specializzazione, preferisco non occuparmi di fessi qui. Se vengono, saranno trattati con rispetto per la loro condizione.
 


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24 luglio 2008

Massimo Mila: il quintetto “WIE,WIE,WIE” dal secondo atto del Flauto magico di Mozart

La vicenda ridiscende sul piano fiabesco, o, piú semplice­mente, umano, e si riproduce lo stesso tipo di Quintetto del primo atto (N. 5): Tamino, Papageno e le tre Dame della Regina della Notte, che qui si suppone scaturiscano dalla terra, come divinità wagneriane. Là il duetto era in si be­molle, qui nel tono «chiaro e cordiale» - dice 1'Abert - di sol maggiore. Dopo la gravità ieratíca della marcia dei Sacer­doti e dall'aria di Sarastro, il Quintetto reca una benefica distensione: non sola per il tono frivolo irresistibilmente in­dotto dalle tre Damine, ma anche - strano a dirsi - per la sua durata. Marcia dei Sacerdoti e aria di Sarastro erano d'una brevità telegrafica: si direbbe che Mozart e Schíkane­der temessero il pericolo insito nella solennità filosoficheg­giante del cerimoniale, la noia, e si premunissero con forme musicali brevissime. Ma la grandezza musicale di Mozart è tanta, che con lui (come col Rossiní comico) avviene il con­trario di quanto generalmente si esperimenta nel teatro d'o­pera: la lunghezza è benvenuta, il comodo sviluppo delle forme musicali reca piacere, invece di far perdere la pazien­za come generalmente avviene. Nozze di Figaro, Il ratto dal serraglio, Cosí fan tutte, Il Barbiere di Siviglia, Cenerentola, L'Italiana in Algeri, sono fra le pochissime opere che si vedo­no avvicinare alla fine con rimpianto e si vorrebbe che non finissero mai. Tale è la parte fiabesca e umana del Flauto magico.

Secondo il Labroca il presente Quintetto è «il momento cruciale dell'opera», in quanto segna la defezione di Tamino dalla Regina della Notte. Consta di due sezioni, la prima im­periosa, quando le Dame rimproverano Tamino e Papageno e li mettono in guardia contro i pericoli che li sovrastano per essersi inoltrati nel vestibolo del tempio di Sarastro, antica­mera delle terribili prove di iniziazione; la seconda parte è «dolente e rassegnata», quando le Dame si rendono conto che non c'è niente da fare contro la fermezza di Tamino.

L'Abert giudica la struttura formale del Quintetto molto rilassata, e certamente lo stile è quello leggero di Serenata, non sinfonico. Le idee non sono sviluppate secondo un cri­terio sonatistico, bensí ripetute e giustapposte. Una però ve n'è che, ritornando sei volte nella prima parte, fa quasi da motivo conduttore e spiega il significato fondamentale della scena: potremmo chiamarla il «motivo della seduzione», e consiste in una dolce figura di cinque note ascendenti dei violini primi, ognuna raggiunta con ampio e variabile inter­vallo da una nota base (il re in tono di sol maggiore) e antici­pata, per cosí dire amplificata da una semiminima dei flauti. Inaccettabile l'impressione dell'Abert che si tratti di un «italianisierende Buffomotiv»: sarebbe ben difficile trovare qualcosa di simile nell'opera comica italiana, e in ogni caso potrebbe trattarsi soltanto di analogie esteriori: il clima ae­reo e quasi fatato di questo inciso strumentale è per sua na­tura estraneo al realismo comico italiano.

Argomento del Quintetto è il tentativo di vincere il mu­tismo di Tamino e Papageno, impegnati al silenzio dalla pro­messa fatta or ora all'Oratore e al secondo Sacerdote. Come indurre in tentazione due che non vogliono parlare? Chiac­chierando esse stesse a perdífiato, in un cicaleccio del tutto femminRe. Di qui la lunghezza e la verbosità, mai prolissa, del Quintetto.

Iniziano il Quintetto le Dame, aggressive, con una dop­pia frase acuminata e categorica. L'Abert nota piú avanti con quanta scaltrezza Schikaneder abbia rifornito ab dantemente il compositore, in tutto il Quintetto, del cale «i». «Wie? wie? wie?» (come?), chiedono indignate le Dame. E tosto ribattono: «Nie, nie, nie» (mai). Poi inter­viene il tema strumentale della seduzione, e il canto femmi­nile si addolcisce, quasi per la pietà che provano le Dame a vedere Tamino votato alla morte e Papageno perduto. Que­st'ultimo rompe subito la consegna del silenzio, protestan­do che non ne vuol sapere e Tamino lo richiama all'ordine (oSchweige still»: Taci, zitto), modulando in re maggiore. Ciò permette a Papageno di ribattere in la maggiore, per ri­tornare poi a re maggiore quando sbuffando e brontolando, in un movimento di irosa ninna-nanna, ripete esasperato l'ammonizione di Tamino: «immer still, und immer still» (sempre zitto). E qui è vero che, come dice 1'Abert, intervie­ne «ein italienischer Buffoton».

Le idee musicali si accendono l'una dall'altra. Su una fi­gura ascendente, tosto ripetuta una terza piú su, le Dame in­formano Tamino e Papageno che la Regina della Notte è vi­cina, essendo entrata segretamente nel tempio di Sarastro. La notizia agita assai Papageno, per il quale, tutto sommato, la Regina resta pur sempre la padrona: nei violini si dibatte un trillo irrequieto, che svolazza qua e là, come un moscone impazzito. A voler spingere molto avanti le similitudini si potrebbe anche supporre che la ferma linea disegnata invece dai bassi e dai fagotti, oscillante intorno alla tonica (re) nello stretto spazio d'una terza minore, si richiami alla stretta me­lodia circolare di Papageno nel Finale I, quando all'arrivo di Sarastro egli si augurava di essere un topo per nascondersi.

Riappare, come un arcobaleno, il tema della seduzione (e modula da sol maggiore a do maggiore), punteggiando le sup­plichevoli esortazioni delle Dame: «Tamino, senti, sei perdu­to! Pensa alla Regina! Molto si sente sussurrare della falsità di questi sacerdoti». La risposta, o piuttosto il commento di Tamino (poiché viene indicato « fúr sich », cioè « a parte »), «un saggio non dà peso a ciò che dice il popolino», suona cosí arida e «quasi farisaica», che secondo 1'Abert si ha l'impres­sione che il compositore si faccia beffe della banalità del poe­ta. Ardua supposizione. Le Dame continuano il loro lavorio di insinuazione, toccando di passata anche la tonalità com­movente di la minore. Il testo di Schikaneder parafrasa i luo­ghi comuni antimassonici dell'epoca, ivi compresa la assicu­razione che chi si associa al patto di questi ingannevoli Sacer­doti « se ne va all'inferno dritto e filato ». Questo suscita quasi uno scoppio di collera in Papageno, che chiedendo a Tamino se questo è vero, tocca per un momento la pateticissima tona­lità di sol minore. La risposta sprezzante di Tamino («Chiac­chiere riferite da donne, ma inventate da impostori ») riporta il tono di sol maggiore; ma ci stupisce un poco che contempo­raneamente risuoni il solito, lusinghevole «tema della sedu­zione ». Il fatto è che non bisogna chiedere a un Singspiel di Mozart un meticoloso impiego di motivi conduttori alla ma­niera wagneriana: le esigenze formali della struttura musicale hanno la precedenza sulla pittura delle situazioni.

La replica di Tamino alle paure del suo compagno si fa energica, dura, ribadita com'è in orchestra da due impreviste staffilate dei violini: una terzina di semicrome ascendenti dal­la dominante alla tonica, e una quartina di biscrome che con­tinuano l'ascesa dalla tonica (sol) alla dominante (re). Siamo giunti alla svolta del Quintetto: le Dame comprendono che con la fermezza di Tamino non c'è niente da fare, allora smet­tono le minacce e le ammonizioni e tentano la via delle moine. Il loro terzettino, su un accompagnamento orchestrale rare­fatto, diventa, come dice 1'Abert, un «Sirenengesang», un canto di Sirene: «Perché sei cosí scontroso con noi?» chiedo­no a Tamino. Piú niente ritmi puntati, piú niente aggressive linee ascendenti, ma una successione lievemente discendente di dolci triadi modulanti da sol maggiore a re maggiore. Men­tre Tamino fa segno che non può parlare, Papageno è subito commosso e sussurra alle Dame che lui vorrebbe bene, ma Tamino lo interrompe con un brusco « Still! », zitto! L'orche­stra, invece, ripete per cosí dire a vuoto l'accompagnamento rarefatto del « canto di Sirene » e 1'Abert trova che è come se fosse il « Nachhall»,l'eco che ne rimane nel cuore dei due uo­mini: «armonia e accompagnamento rimangono, solo manca la melodia». Papageno comicamente si associa al rimprovero di Tamino: « È davvero una vergogna per me che io non possa smetterla di chiacchierare! »

Rispetto alla prima parte del Quintetto il materiale musi­cale è tutto rinnovato: sparito il motivo della seduzione, la prima Dama si stacca dal canto sillabato delle altre due e si slancia, insieme ai violini primi, in un ardito giro melodico. Poi le voci si uniscono stranamente tutte cinque nella vigo­rosa sentenza: «L'uomo è di fermo spirito: pensa quello che deve dire ». Tamino e Papageno la enunciano come un pro­gramma d'azione; le Dame, forse, come una rassegnata con­statazione. Certo è che, come dice 1'Abert, esse non prendo­no troppo sul tragico il loro insuccesso e cosí è possibile alle voci di mescolarsi teneramente, o tutte cinque insieme, o, peggio, tre contro due, ma non secondo i sessi e le parti in causa, bensí secondo ragioni di pura distribuzione musicale, la terza Dama insieme con Tamino e Papageno.

A rompere il grazioso coretto d'addio tuona opportuna­mente dall'interno, con una brusca rottura tonale, in do mi­nore, il coro terribile dei Sacerdoti («Profanata è la sacra so­glia, giú le donne all'inferno! »). Tutti gli strumenti dell'or­chestra, compresi trombe, tromboni e timpani, intervengo­no negli accordi sincopati di settima diminuita. Per un mo­mento, come dice 1'Abert, si raduna un nuvolone di terribi­lità, come per l'apparizione della statua del Commendatore nel Don Giovanni: sulle note dell'accordo di settima dimi­nuita precipitanti per due ottave nei violini primi, le tre Da­me spariscono, dongiovannescamente, nella botola del pal­coscenico, e ai loro lamenti fa eco, in un sol minore comica­mente lamentoso, il triplice lamento di Papageno, che crolla al suolo, svenuto per la paura.

Una didascalia del libretto dice che qui dovrebbe risuona­re di nuovo il triplice accordo dei Sacerdoti, cosa che invece non si fa mai. Appaiono con fiaccole l'Oratore e il secondo Sacerdote. L'Oratore elogia Tamino per la vittoria riportata dal suo fermo comportamento e gli impone di nuovo il cap­puccio per avviarlo alle ulteriori prove che lo aspettano. Lo stesso fa il secondo Sacerdote col riluttante Papageno, il quale, imitando sempre in maniera imperfetta le vicende dei personaggi nobili, ha avuto anche lui il suo bravo svenimen­to (cioè la morte simbolica attraverso cui bisogna passare per accedere alla rivelazione della saggezza), come Tamino, e, prossimamente, Pamina, o piuttosto, non è veramente sve­nuto, ma dice comicamente di esserlo. Anche lui viene in­cappucciato e condotto via dal secondo Sacerdote.




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1 luglio 2007

Quel dito alzato...

Prendendo lo spunto da un sermone odierno del Papa, mi domando: possibile che dopo migliaia di anni da che è stata coniata la parola, ancora qualcuno senta il bisogno di spiegarci che cos’è la vera libertà?
Ho raccolto alcune opinioni, anche autorevoli, partendo da quella pontificia, che, francamente, mi sembra di gran lunga la più debole e riduttiva. E poi, chi avrebbe mai sostenuto che la libertà è arbitrio o dominio?

La vera libertà non è "l'arbitrio o il dominio" ma "spendersi nel servizio degli altri"
Benedetto XVI

La vera libertà è la libertà dal bisogno
Slogan del PCI togliattiano

Lo stato di necessità è la scusa per ogni violazione della libertà degli uomini. E’ l’argomento dei tiranni, e la credenza degli schiavi
William Pitt

Finché esiste lo Stato, non ci può essere libertà. Dove c’è libertà non c’è Stato.
Lenin.

Libertà significa responsabilità. Ecco perchè i più ne hanno paura.
George Bernard Shaw

Coloro che sono disposti a rinunciare alle libertà essenziali per procurarsi una piccola, temporanea sicurezza non meritano né libertà né sicurezza.
Benjamin Franklin

La gente chiede libertà di parola come compensazione per la libertà di pensiero, che non vuole usare.
Soren Kierkegaard

Nessuno può darti la libertà. Nessuno ti può dare uguaglianza, giustizia o qualsiasi cosa. Se sei un uomo, te le prendi.
Malcolm X

It is by the goodness of God that in our country we have those three unspeakably precious things: freedom of speech, freedom of conscience, and the prudence never to practice either of them.
Mark Twain

La libertà è la base di uno stato democratico
Aristotele

La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche il volo di un moscone,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.
Giorgio Gaber

In tema di libertà, mi manca la canzone di Gaber, che sostituirò con Lo Sciampo.  Si può poi ascoltare il finale dal Fidelio di Beethoven, diretto da Leonard Bernstein. Il filmato comincia appunto con delle catene spezzate.




permalink | inviato da Desiderius il 1/7/2007 alle 16:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa

22 febbraio 2007

"Contestualizzazione"

Pier Paolo Pasolini ne E' davvero singolare l'incomprensione di Pasolini da parte della sinistra marxista. Non lo capirono da vivo, ancor meno lo capiscono da morto. Fino a rivalutare le povere tesi di Moravia nei suoi dibattiti con Pasolini. Ecco un brano di Renzo Paris apparso non molto tempo fa su Liberazione, prendendo lo spunto da un articolo di Galli Della Loggia: si noti l'intimazione a "contestualizzare" Pasolini, mentre tale imperativo non vale per Moravia (lui sì che vedeva lontano). E' chiaro che l'esortazione a "contestualizzare" vuol dire: adesso ne sappiamo di più.  Ma io mi ricordo benissimo che questi erano gli stessi giudizi espressi quando Pasolini era vivo.


Ora occupiamoci della sinistra. La morte di Pasolini aprì una nuova stagione. Laura Betti e il sottoscritto costruirono il suo archivio e la Betti divulgò il verbo pasoliniano, portandolo anche in India. Iniziò la santificazione del poeta sia come vittima dei poteri forti che come vittima dell’ambiente omosessuale che aveva sempre assiduamente frequentato. Mi sono battuto contro quella santificazione scrivendo un articolo sull’Espresso in cui sostenevo che le tesi di Moravia sulla società italiana erano di gran lunga più avanzate di quelle pasoliniane. Moravia aveva scritto che l’Italia aveva bisogno di fare fino in fondo la rivoluzione industriale e i suoi mali venivano proprio da questa imperfezione mentre il mondo agropastorale pasoliniano era finito tutto in mafia. Ricordo un lettore di una casa editrice inglese che nei primi anni Settanta mi disse che Pasolini non trovava un editore in Inghilterra, che aveva fatto la rivoluzione industriale alla fine del Settecento e ragionava su altri mali. Secondo Galli della Loggia l’uomo della sinistra di oggi, dimenticandosi di Pasolini, avrebbe accettato tutte le rivoluzioni della modernità, compresa quella immateriale e globale, adeguandosi ai tempi, pigramente rivolto alle coperture ideologiche del passato, che ne facevano un minoritario duro e puro. Insomma se si vuole ammodernizzare il paese come Berlusconi, perché differenziarsi da lui? Io trovo davvero stupefacente che un editorialista come Galli della Loggia non si renda conto che Pasolini va contestualizzato, che è morto quando i canali televisivi erano due, non c’era internet e gli extracomunitari se li andava a cercare esteticamente in Africa. Pasolini come lo definì Moravia, era un paleomarxista evangelico. Galli della Loggia vorrebbe una sinistra paleomarxista e evangelica? Oppure tutta dentro il mondo degli squali della finanza internazionale, accanto a Bush per sempre, in Iraq e altrove, contro i sindacati e magari contro le tasse e i lavoratori ostili alla velocità dei guadagni, tutti a senso unico in questo paese? La vorrebbe con famiglie di dieci figli, fedeli a se stessi per l’eternità? Certo la sinistra oggi ha molte anime, ma dov’è quella apertamente consumistica, conservatrice e magari codina? Certo i tempi del paleomarxismo erano rassicuranti e anche quelli di chi con la parola “rivoluzione” nel cervello non aveva visto la realtà del nostro paese, ma oggi perché volere una sinistra appiattita ai poteri forti, indistinta dalla Cdl. Non è che a Galli della Loggia la sinistra proprio non gli va, sia con le coperture ideologiche, sia senza quelle, a volte, senza dubbio, accecanti coperture?

 




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21 febbraio 2007

Accuse postume


Il Duomo di Casarsa

Poichè Pasolini è morto, non si può più infastidire se gli danno, con frasi fatte e banalizzanti, del cattolico. Si infastidiva assai da vivo. Riporto qui una -delle tante- sue risposte all' accusa. E' indirizzata al suo amico Moravia, del quale, più passa il tempo,  meno resta la memoria dello scrittore, e più quella dell'amicizia con Pasolini (oltre che di qualche matrimonio):

Caro Moravia, sono ormai alcuni anni che io mi pre­cludo di dare del fascista a qualcuno (anche se talvolta la tentazione è forte); e, in seconda istanza mi precludo anche di dare a qualcuno del cattolico. In tutti gli ita­liani alcuni tratti sono fascisti o cattolici. Ma darci a vi­cenda dei fascisti o dei cattolici - privilegiando quei tratti, spesso trascurabili - diventerebbe un gioco sgra­devole e ossessivo.

Tu, certo per un vecchio, acritico automatismo - e certo non senza grazia e amicizia - ti sei appunto la­sciato andare a darmi del « cattolico » (proprio del « cat­tolico », e non del « cristiano » o del « religioso »). E mi hai dato del cattolico cogliendo, scandalizzato, in me (mi sembra) un trauma per cui la « maggioranza » conside­ra - consciamente o inconsciamente come Himmler - la mia vita « indegna di essere vissuta ». Cioè il mio blocco sessuale che mi rende un « diverso ». Corollario di tale blocco è una certa traumatica e profonda « ses­suofobia », comprendente la pretesa - altrettanto trau­matica e profonda - della verginità o quanto meno del­la castità da parte della donna. Tutto ciò è vero, fin trop­po vero. Ma è anche la mia privata tragedia, su cui mi sembra un po' ingeneroso fondare delle illazioni ideolo­giche. Tanto più che tali illazionì mi sembrano sba­gliate.

Prima di tutto l'assioma « il cattolico è sessuofobo, quindi chi è sessuofobo è cattolico », è un assioma che io trovo assurdo e irragionevole. C'è una sessuofobia pro­testante, c'è una sessuofobia mussulmana, c'è una ses­suofobia indù, c'è una sessuofobia selvaggia. Tu ti rifai alla sessuofobia di San Paolo (che - cosa non del tutto rifiutata anche da pensatori cattolici avanzati - pare fosse omosessuale) : ma la sessuofobia di San Paolo non è, appunto, cattolica, ma giudaica. Attraverso San Pao­lo essa passa al cattolicesimo (se di cattolicesimo si può già parlare a proposito di San Paolo), ed è tutto. Oggi, la sessuofobia cattolica, controriformistica, è quella di tutte le religioni ufficiali. Io me ne distinguo nettamente prima di tutto perché nell'infanzia non ho avuto un'edu­cazione cattolica (non sono neanche cresimato), poi per­ché la mia scelta, fin dalla prima pubertà, è cosciente­mente laica, e infine, cosa più importante di tutte, per­ché la mia « natura » è idealistica (non in senso filoso­fico, ma esistenziale). Tu stesso mi accusi di idealismo. E questa è un'accusa che accetto, perché è vera. Tu non sai quanto ho sempre invidiato la tua mancanza di cat­tivo idealismo...

Ora però si dà il fatto che tutto può essere detto, og­gi, della Chiesa cattolica fuori che sia idealistica. Essa è anzi il contrario che idealistica: è non-idealistica, e, in compenso, è assolutamente pragmatica. I preti sono, me­glio di tutti, coloro che vedono, con profondo pessimi­smo, il mondo come è : non c'è nessuno più abile e acuto di loro nel cogliere lo status quo e nel formalizzar­lo. Rileggiti quell'opus grandioso del più puro pragmatismo (in cui Dio non viene neanche nominato se non nelle formule) che sono le sentenze della Sacra Rota.' Dunque, se io sono idealista, non sono cattolico; e se tu sei pessimista e pragmatico, sei cattolico. Come vedi, é fin troppo facile ritorcere accuse di questo genere.

 




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21 febbraio 2007

Fatica

(…)Qui il Tabernacolo è dedicato al Modello dello Spirito Laico. Si vede del resto ben chiaramente che le ragazze non sono più di chiesa, e a tutto usano convincere i maschi fuori che portarle a Messa la Domenica. L’ignoranza del Vaticano è stata per secoli il modello dell’ignoranza del popolo. Un’ignoranza fatta tutta di praticità(…): una praticità a cui il pragmatismo americano e addirittura il più fanatico e provinciale behaviorismo ‘fanno una pippa’. Ebbene, finito il Vaticano, è rimasta la sua ignoranza, in cui, a causa del suo praticismo totalmente irreligioso, è facile per il Modello delle Spirito Laico, dal suo Tabernacolo, insinuare il Verbo dell’edonismo e del materialismo di carattere americano, o comunque tipico dell’intera nuova civiltà.

Fin qui, Pier Paolo Pasolini (Petrolio, appunto 71r)
Faccio tanta fatica a credere oggi, 2007, all'occhiuta onnipotenza del Vaticano, quando già nel 1975 aderivo con facilità all'idea che fosse una balena spiaggiata.




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29 dicembre 2006

Le perle del Gazzettino

Il Gazzettino di Venezia è da sempre, specie in cronaca locale, una miniera di involontaria comicità. Mi propongo di aggiornare il repertorio ogni volta che mi salta all'occhio qualcosa. Iniziamo dall'assessore Bortolussi:

Il 7 gennaio diventerà dal prossimo anno una vera e propria ricorrenza che nei piani degli amministratori dovrà far affluire in città un gran numero di persone 

ll Comune di Venezia istituisce la "festa dei saldi" 

L’idea è stata lanciata dall’assessore Giuseppe Bortolussi: «Tanto entusiasmo e una grande atmosfera, una scommessa vinta» 
Mestre
Il 7 gennaio diventerà dal prossimo anno la "prima" dei saldi, degli sconti, degli acquisti convenienti. Insomma una vera e propria ricorrenza, una sorta di felice appendice della festa della Befana con cui tradizionalmente si concludevano le festività. L'idea è di Giuseppe Bortolussi , assessore alle Attività produttive, entusiasta di una città che forse per la prima volta, durante il periodo natalizio, sta mostrando quanto può realmente dare e ricevere. Il 7 gennaio diventerà dunque una ricorrenza a tutti gli effetti, un appuntamento che nei piani di Bortolussi dovrà coinvolgere non solo i mestrini ma anche i cittadini dei comuni limitrofi e, perchè no, anche di altre province come Treviso e Padova. E grande attesa c'è anche per la Fiera della Befana e soprattutto per il mercatino di Corso del Popolo.




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23 dicembre 2006

Dal più grande: San Giorgio in casa Brocchi


Che Jole, la cameriera del conte, uscisse ogni sera per far fare
la passeggiatina a Fuffi: e che Fuffi, di tanto in tanto, dopo aver meticolosamente inseguito a guinzaglio teso e col muso contro terra non si sa che odore, levasse tutt’a un tratto, contro il più nobile degli Ippocastani, la quarta zampetta, come a dire: «Questo qui, proprio, mi merita la spesa!»; che, intanto, frotte di bersaglieri ritardatari trasvolassero in corsa con piume nel vento di primavera e dicessero a Jole dei madrigali a tutto vapore, già sui vaganti sogni della notte cadendo la brutale saracinesca della ritirata: che i tram vuoti galoppassero verso le tettoie suburbane o semivuoti verso le formicolanti stazioni: e qualche monaca in partenza chinasse il viso sopra le mani congiunte nel grembo, travisti dal finestrino li amanti disparire baciandosi nell’ombre de’ cupi giardini; e che Jole, travista la monaca in tram, quella povera monaca le mettesse in tutte le vene un certo desolato sgomento: che tuttociò accadesse, era, si potrebbe quasi arrischiare, nell’ordine quasi naturale delle cose, o almeno delle cose del 1928 p. C. n.
Che Jole, poi, durante la passeggiatina, le stratte, e i repentini zampilli di Fuffi, le arrivasse quasi ogni sera all’abbordaggio, ohimè!, un «giovinotto», ma proprio un «giovinotto», di quelli proprio che non hanno altro da fare che fare lo stupido alle ragazze: che nelle cose del 1928 fosse insorta questa complicazione, i lungimiranti occhi dei portinai della cognata del conte lo avevano a poco a poco, se non proprio constatato (dati gli ippocastani, i tram, i taxi, date le
innumerevoli ombre vagolanti abbinate sotto le fronde degli uni e dietro le spole infaticate degli altri), ma però quasi oramai divinato. Dappoiché, nelle notti di primavera, i portinai prendono il fresco sul portone di casa: e lui fuma la pipa.

Segue in http://www.arts.ed.ac.uk/italian/gadda/Pages/resources/fiction/sangiorg.html




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